Capita poche volte di entrare in una cantina e sentire di essere dei privilegiati. A me è successo in poche occasioni di cui l’ultima ieri. Siamo ad Oslavia, terra di confine in cui il ricordo della Seconda Guerra Mondiale è ancora nell’aria. Le prime case del territorio sloveno sono a poche decine di metri in linea d’aria. Sembra di essere sospesi in uno spazio-luogo fuori dal tempo….

E cosí è Francesco Josko Gravner, terzo di una generazione che ha cominciato a trattare la terra e l’uva nel 1901…

Ad accogliere con proverbiale (e sorprendente) cortesia è Mateja, una delle tre figlie di Josko.

Si comincia dalla visita in vigna “perchè tutto comincia li” (e come non essere d’accordo?!?!).

Già da come sono coltivate le viti (ad alberello), dallo specchio d’acqua artificiale (creato per aiutare il ritorno delle specie volatili che erano sparite) e dalla cura delle zolle, si capisce che qui di intensivo c’e’ solo la fatica e il sudore.

Il risultato finale infatti parla di 25 mila, quando va bene, 30 mila bottiglie all’anno. Numeri che fanno ridere qualsiasi produttore di Glera…

Ma qui si fa vino per lo spirito e per l’anima (da non confondersi uno con l’altra) e non per i soldi e basta.

Perché da un grappolo di quelle bacche meravigliose (resa per ceppo di circa 400-600 gr pianta, meno del Pinot nero in Borgogna tanto per capirsi) si deve aspettare almeno 7 anni per lo stappo…Conosco solo Quintarelli che si spinge oltre (8 anni per il suo Amarone).

Josko è stato il primo in Italia a passare alle anfore rigorosamente di origine Georgiana (si dice che proprio in Georgia, oltre 5 mila anni fa si sia cominciato a vinificare…) e rigorosamente trattate con cera d’api al loro interno per evitare che il liquido fuoriesca ma che allo stesso tempo respiri.

Qui tutto è scandito secondo un’unica ferrea legge: quella della Natura. Non esagero.

Dalla scelta dei materiali con cui il vino ha a che fare, alla conformazione della cantina, allo scambio termico (garantito da un fondale che poggia su micro pali in cui la terra non è mai stata smossa per evitare shock termici e garantire, di anno in anno appunto, che il vino nasca e viva con il clima che la Natura ha deciso per lui…).

Siamo ovviamente in biodinamica ma che differisce da quella fatta in maniera quasi da “setta religiosa”. Qui la biodinamica era presente prima ancora che fosse pronta l’etichetta…

Sicuramente quindi non è per moda. E’ un credo. E’ la natura che parla, e Josko che ascolta.

I vini sono figli di questa impostazione maniacale: dritti come lame e complessi più di un Patek Philip…

Li bevi e capisci che stai assaggiando non solo un liquido ma un caleidoscopio di emozioni, sentimenti, sforzi, stati d’animo, fatiche….Parlare di sentori è svilente.

L’unica cosa che si può dire è che i vini di Gravner sono unici. E venire qui è l’unico modo per poterli capire almeno un pochino.

Avevo in mente di fare un’altra visita ad un altro produttore prima di rientrare ma, dopo quanto vissuto qui, ho preferito tornare con dentro quelle emozioni in tutta la loro purezza.

Grazie.